Recensioni

Il vuoto che riempie, il fuori che s’addentra

Sono grandissimi e teneri gli occhi di Elena Giorgiana Mirabelli. Vedono, scrutano, accarezzano, disegnano l’involucro dell’esistenza in chiave multidimensionale, mantenendo legami invisibili tra piani mai separati in assoluto, giustapponendo il “dentro” e il “fuori”. Non poteva che essere altrettanto spazioso il suo continuo interrogarsi sull’essere. Non poteva non regalarci una distopia che non provoca volontà di fuga, allontanamento da sé. Al contrario di tante altre, ingenera attrazione. E chi la visita, vorrebbe abitarla. Tale è il moto istintivo che s’avverte assaporando le pagine di “CONFIGURAZIONE TUNDRA” (Tunué 2020), il suo primo romanzo che ha già riscosso vivace attenzione, sincero entusiasmo, autorevoli riconoscimenti. Narra le giornate di Diana che ricostruisce la storia di Lea, figlia della progettista Marta Fiani, responsabile del progetto “Tundra”, un modello di città lineare e tendente alla perfettibilità delle relazioni sociali. Come tutte le persone al servizio dei regimi totalizzanti o emancipanti (dipende dai punti di vista), Marta non deve aver fatto una bella fine. Un libro può essere considerato efficace, il suo autore o la sua autrice può sentirsi soddisfatt@ del lavoro svolto, soprattutto quando nella mente di chi lo ha letto, indissolubili rimangono immagini, volti, riflessi, frammenti dialogici, come se li avesse vissuti o ne fosse stato diretto testimone. Marta Fiani è esistita davvero? È la prima domanda che ci si pone durante l’attraversamento di Tundra e dopo essersi lasciati riconfigurare da essa. Vietato però immedesimarsi! “Perché l’immedesimazione passa per l’egomania: credere che ciò che vuoi lo vogliano anche gli altri”, ammonisce Diana nell’introdurre un amplesso che nella città-bioma, monetizzandosi, priva la sessualità del ritualismo ipocrita e spinge la ricerca del piacere in un’inedita categoria voyeurista rispetto alle abusate pratiche della triolagnia e del candaulesimo. In tutta la costruzione dell’intreccio che sorregge la città-bioma non c’è volontà di inseguire il genere ormai stantio dell’anticipazione sociale. Solo in apparenza privi di essenza vivente, sono i luoghi a plasmare i personaggi, incorniciandoli di vuoti che li tratteggiano colmandone le assenze. Geniale l’ambientazione di Tundra tra le geometrie del ponte “Bucci” di Arcavacata, che distopia realizzata lo è di per sé. Ha ragione chi accosta la staticità viaggiante del romanzo al film “Stalker” di Tarkovskij. Qui a guidarci è la dolce mano di Elena che ha scritto questo libro più benfatto della sua stessa luminosissima bellezza. Non era facile.

Claudio Dionesalvi

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