Franco Dionesalvi, L’ULTIMO LIBRO DI CARTA, Sensibili alle foglie, Roma, 2020

Questa recensione risale al maggio 2022, quando ancora Franco Dionesalvi era in vita. È stata scritta da Gianluca Veltri, al quale Franco era legato da calorosa amicizia e sincera stima, ed è una rielaborazione della relazione prodotta da Veltri durante la presentazione del libro di Dionesalvi, tenutasi a Cosenza nel luglio 2021.

Si intitola “L’ultimo libro di carta” la più recente uscita letteraria di Franco Dionesalvi, edita da Sensibili alle foglie. Si tratta di un romanzo, che narra le vicende parallele di due protagonisti, Aurelio e Giulio. I capitoli, alternati, raccontano di personaggi che si trovano a essere avulsi, estranei, smarriti rispetto ai rispettivi mondi, per motivi diversi. Le due storie sono distanti nel tempo e nello spazio: una ─ quella del soldato Aurelio ─ ambientata a cavallo di metà Novecento, in un arco di tempo che va dall’inizio della Seconda guerra mondiale fino alla tragedia del Vajont, tra la Calabria, la Grecia e Torino; l’altra ─ quella del professore Giulio Brogi ─ che si svolge ai tempi nostri in una Milano sconcertante, avvolta da una raggelante nuvola senza tempo.

Sono uomini solitari, Aurelio e Giulio. Non si trovano più nel loro quadrato, nel piccolo mondo che avevano costruito. Sono diventati degli ex- qualcosa; reduci, soggetti smarriti, espatriati da sé. “Condannati a cent’anni di solitudine”, per i quali non esiste alcun Natale sulla Terra.

Giulio inizia a percepire la sua vita in maniera confusa e frammentata: tutto si ingarbuglia in lui, e al contempo si marmorizza come avviene in certi romanzi di Thomas Bernhard. Una malattia cerebrale gli sottrae progressivamente la percezione di sé, dimentica chi sia e che lavoro faccia. Roland Barthes direbbe che per lui la realtà appare de-reale, si esprime con difficoltà.

Fanno paura le pagine che descrivono questa progressiva deriva, lo sgretolamento di una coscienza in una città nella quale nessuno comunica più con nessuno. Le mura alte di una prigione mentale si alzano intorno al personaggio, che sta scrivendo un libro, ma intanto è caduto in un abisso di indeterminatezza.

Diventa come una macchia di Rorschach, una carta da decifrare a sé stesso.

Brogi è tutt’altro che sprovveduto:

Ascoltiamo le sue riflessioni alla vigilia di una lezione che deve tenere ai suoi studenti:

“Cercavo sempre un addentellato fra le elucubrazioni di quegli strani, imperscrutabili antenati detti filosofi, e la vita quotidiana, le scelte dei ragazzi. Non cose utili, ovviamente, perché la filosofia per fortuna è completamente inutile, come tutto ciò che è importante. Ma che li mettano in gioco, che li costringano a interrogarsi sulle loro azioni, su cosa accade loro la mattina quando si alzano e perché”.

Aurelio, l’altro protagonista di questo romanzo con rotaie parallele che in realtà poi si incontreranno, è un giovane calabrese mandato al macello nell’assurda guerra mussoliniana. Aurelio, che ha giurato amore a Lella, lasciata con rammarico e dolore, si trova coinvolto nella disastrosa campagna bellica italiana in Grecia. Non possiamo spingerci troppo oltre nello spoilerare gli eventi: nel suo viaggio al termine della notte, Aurelio sarà annichilito dalle privazioni materiali e morali che la guerra gli infliggerà.

Anche lui attraverserà una lunga fase di amnesia e afasia.

Ma quello non era che un sostanzioso antipasto di amarezza sulla crudeltà della vita.

Anche se è vero che “di tutte le morti, una delle più incomprensibili è la morte in guerra”, “c’è una cosa ancora peggiore della guerra. È quando non hai nessun posto in cui tornare”.

La lingua del nuovo libro di Dionesalvi è ricercata, limpida e densa.

I due ambiti narrativi sono scritti con registri differenti e riconoscibili, pur senza eccessi, senza bisogno di polarizzare la fisionomia dell’una e dell’altra parte. All’autore basta modulare i timbri in maniera da creare due temperature linguistiche peculiari.

I personaggi di L’ultimo libro di carta sono “tutti vittime di cose più grandi di loro”.

Aurelio non dimentica, semmai non parla.

La sua afasia, inizialmente classico postumo di una sindrome da stress post-traumatico, diviene uno stile, un abito, una convinzione.

“Non capisco perché esistono così tante parole. A che servono? Io ho sempre pensato che conoscere duecento parole fosse più che sufficiente. Ma questi che scrivono i giornali ne usano, che posso dirti, anche duemila. E forse più. Che se ne fanno?”

Dionesalvi, non dimentichiamolo, è un poeta, e mette la sua lingua poetica al servizio della narrativa. I poeti narratori, come Pasolini, come Tabucchi, come Bolaño, posseggono quel quid che nella loro prosa riluce, come quando dissemini pietre preziose in una galleria. Le noti.

Risulta riuscito anche il modo, non semplice, con il quale Dionesalvi fa incrociare le storie minuscole dei protagonisti con le vicende di tutti, come piccoli affluenti che confluiscono nel grande fiume della Storia.

Le loro vite entrano inevitabilmente in collisione con i fatti che definiscono le epoche, quelli che leggiamo sui libri. Dietro i fatti, spesso stentiamo a immaginare che ci siano uomini e donne normali con i loro destini, con i loro passati, con la fatalità che ha apparecchiato questi appuntamenti.

Nel capitolo disvelatorio del romanzo ─ in cui è nascosto il deus ex machina, il meccanismo narrativo ─ affidato alle righe della governante in un esilarante italiano slavizzato, scopriamo che Giulio sta scrivendo l’ultimo libro di carta, l’ultimo che l’editore pubblicherà.

La nebbia e l’oblio. Sono loro ad avvolgere il professore-scrittore.

Giulio non ricorda più niente, smette anche di ricordare gli eventi di un libro che sta scrivendo e al quale tiene tanto. L’oblio, la dimenticanza.

Ecco, le dimenticanze non sono una colpa. Non puoi punire uno perché si scorda… credi che è contento, uno, di dimenticare?

Non lo capisci che una cosa che hai dimenticato è come se non l’avessi mai vissuta, è persa per sempre? A che pro andare a combattere una guerra, e sudare e patire e soffrire, se poi te ne dimentichi?

Ma anche, a che pro vivere una grande storia d’amore, e dunque amare e godere e possedere e gioire, se poi te ne dimentichi?Tutto per niente. Tu sei i tuoi ricordi, senza quelli non sei nulla.

Gianluca Veltri