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D10S È MORTO, MARX PURE – di Francesco La Luna

Nella mia vita ho commesso una serie indefinita di errori. Uno di questi, forse il più marchiano, è stato quello di riprendere a seguire il wrestling alla veneranda età di anni 24, dopo aver foldato fra il 2007 e il 2008 (feci giusto una fugacissima seconda ondata nel 2012, ma niente di che). In particolare ho sempre seguito la WWE, dove la “E” sta per “entertainment”, ovverosia “intrattenimento”. Cioè, per farvela breve: uomini e donne si menano come se non ci fosse un domani seguendo (quando va bene) un filo narrativo che o (sempre quando va bene) sembra più Attack on Titan che uno show americano o (quando va male) diventa intricato ma non intricato bene alla Lost, intricato male alla Un medico in famiglia.

Il wrestling, nella sua componente major, durante la pandemia non si è mica fermato. È andato avanti a porte chiuse, nonostante il pubblico sia una delle parti principali di questa disciplina. E, se devo essere sincero, per me è stato un palliativo piuttosto considerevole. Poi, man mano che la situazione sembrava ristabilirsi, ecco ripartire il calcio. Ovviamente, anche in questo caso, senza pubblico. E qui c’è da fare una serie di ragionamenti che, ne sono certo, non avranno coinvolto soltanto me ma chiunque abbia minimamente a che fare col dorato (una volta) mondo del pallone: ha senso far andare avanti il calcio senza fare appello al pubblico?

Chiarisco subito un aspetto: non sono qui per darvi la risposta esatta, non sono (ancora) depositario della verità assoluta e posso solo esprimere la mia opinione. Fatta questa doverosa quanto superflua premessa, «immergiamoci» (cit.) partendo da una domanda: ha ancora senso definire il calcio “lo sport del popolo”?

Siamo in una zona grigia tendente più verso l’entertainment che verso lo sport. Se, fino all’altro giorno, la componente dilettantistico-amatoriale costituiva una discreta parte del mondo pallonaro, ad oggi il rischio concreto è quello di perdere la stragrande maggioranza delle squadre che albergavano con costanza le categorie fra l’Eccellenza e la Terza, con forti ripercussioni anche fra la D e la C. Solo i primi due campionati nazionali non hanno risentito dell’emergenza e sempre fino a un certo punto. Abituati poi a un pubblico come quello di Cosenza (ma non solo, eh), sentire il rumore del gonfiabile che annuncia l’inizio della partita al posto del battito di mani dello stadio a tempo con Sloop John B nella versione Oi! dei Lumpen fa un certo effetto. Ricordo ancora la prima volta che è successo: sembrava che mi avessero proiettato in una dimensione differente da quella che avevo sempre conosciuto. No, il calcio non si è fermato. Ma ci manca l’aria.

Si dice che, dei quattro elementi fondamentali (grazie, Mystic Knights), l’aria sia quello più importante. Sì, il fuoco è il più figo, l’acqua aiuta al sostentamento, senza terra sotto i piedi cosa faremmo?, ma se non puoi respirare le cose diventano molto, molto più problematiche. Ecco qual è il punto della questione. Avete mai assistito dal vivo a una partita a porte chiuse? Se la risposta è sì, allora potete capirmi; se la risposta è no, vi riassumo in tre parole tutto ciò che si prova: sconcerto, spaesamento, disinteresse. Come quando ti trovi senza la cosa più preziosa che hai al mondo, come quando devi elaborare un lutto: parti con l’essere confuso, ti chiedi se tutto stia succedendo veramente, poi ti trovi fuori dalla tua realtà, infine pare non te ne freghi nulla di ciò che hai intorno. Come quando manca l’aria.

Nella mia testa ho ancora in mente le immagini della finale di Coppa Italia dello scorso anno, Juventus-Napoli, e di quegli orripilanti (non trovo altri termini) led della Coca-Cola a sostituire i tifosi. Quello è il salto dello squalo. Diverso dal salto della quaglia, ma ugualmente rischioso. Quando accade una cosa del genere, non si può più tornare indietro. Con quei led, il calcio ha scavalcato a destra il pallone e ha raggiunto il wrestlilng. È stata «la via pandemica al liberismo». A fronte di morte e distruzione, dei led rossi della Coca-Cola. Almeno la WWE ha messo il Thunderdome, cioè persone che popolano l’arena in Florida per ricolorare l’ambiente. Ed è gratis, eh. Anche ai pay-per-view, che per definizione sono eventi a pagamento, l’accesso al Thunderdome è gratis. Mentre qui, in Italia, si ragiona sulla possibilità di inserire spettatori virtuali a pagamento. In buona sostanza, il calcio ha superato anche il wrestling. E tutto ciò è atroce.

Qualche mese fa, quando morì Diego Armando Maradona, mi chiesi perché avesse così tanto peso nell’immaginario popolare. Mi risposi che era un uomo combattente per gli ultimi, al fianco degli ultimi, insieme agli ultimi. E il fatto che se ne sia andato mentre la palla di cuoio diventa sempre più mercimonio e sempre meno tesoro di chi non ha nulla, beh, questo potrebbe aver spezzato definitivamente il filo.

In conclusione, il calcio finirà mai di essere sport del popolo? Non lo sapremo subito. Si sta andando verso una dimensione diversa, nella quale anche fare opposizione alla realtà dominante risulta inutile perché non se ne ha l’occasione. No al calcio moderno/no alla pay-tv. Ma D10S è morto, Marx pure e anche quaggiù non ci sentiamo troppo bene.

Francesco La Luna

(foto Franco Gagliard)


Nato a Cosenza il 30 agosto 1993. Giornalista professionista da novembre 2020, in precedenza pubblicista da aprile 2018, ha iniziato la professione nel 2013 sul giornale online ottoetrenta.it. Poi Quotidiano del Sud, ufficio stampa del Cosenza Calcio, Cosenza Channel, insomma qualunque cosa abbia nel nome la città bruzia. In mezzo, il biennio 2018-2020 alla Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia e il premio Tonino Carino 2019.

Tante passioni, a partire dal cibo per finire alla musica (ascoltata e non suonata per espressa incapacità nel tenere financo un 4/4), alla stand-up comedy e alle Serie Tv. Un ragazzo normale, insomma.

Conduce un podcast video sul calcio dal titolo “Gli Anelli delLa Luna” con Gioele Anelli, ex collega alla Gazzetta dello Sport in un periodo di tirocinio alla Rosea.

Vive in simbiosi con quello che il calcio propone e con l’amore verso gli scostanti. Cattolico, crede comunque in tre divinità pagane: Diego Perotti, Jaime Báez e Achille Lauro.

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