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QUELL’ARIA DEL CANADA – di Francesco Cascardo

Era nel mese di gennaio di diversi anni fa e tutti si lamentavano dell’inverno canadese, perfino quella collega originaria del Kazakistan. Si lamentavano tutti tranne noi, calabresi e siciliani che forse, abituati al caldo afoso, alle estati torride, della neve e del ghiaccio ne facevamo un’esperienza nuova. Come ogni emigrante, ricordo esattamente la data dello sbarco in terra straniera così come ricordo quel buontempone del mio vicino, originario di un paesino della Puglia, che soleva dirmi: “Qui c’è lo stesso clima di Milano!” e me lo ripeteva in una lingua ibrida, una mescolanza di dialetto e inglese, ribattezzata “italiese” dalla comunità italo-canadese. Una volta arrivata quella prima estate, di mattina mentre mi immettevo sull’autostrada per andare “abbasciu città” (italiese per non dire “downtown”), vidi l’alba e quell’aria di colore giallo pallido, quel mix micidiale di smog, calore e umidità tipica del clima dei ”Grandi Laghi”.  Da destra e da sinistra mi passavano quegli enormi autotreni (li chiamano “trocchi” in italiese per non dire “trucks”), spostavano la mia macchinina e un mare di merce pareva mi inghiottisse a poco alla volta nel traffico. Con la strada a sette corsie per senso di marcia, se aprivo il finestrino una lieve asma allergica mi diceva che quell’aria era troppo sporca da sopportare. Decisi allora di trovarmi casa fuori città, in un tipico “suburbs” nordamericano, pensando anche di poter godere di una miglior qualità della vita. Non mi ero reso conto però che lì c’era bisogno di un’auto per abitante, che i mezzi pubblici viaggiavano semivuoti perchè li utilizzavano solo gli studenti, solo quelli che aspettavano i 16 anni per avere la patente di guida e iniziare a scorazzare anche loro avanti e indietro.

In realtà, non sapevo dove mi trovavo, sapevo che ero in Ontario che significava “beautiful waters” in lingua degli Iroquis, che Toronto nella stessa lingua voleva dire “meeting place”, che l’Algonquin Park, una foresta a 350 km a nord della città, in fondo una piccola porzione della provincia, era grande quanto tutta la Lombardia.  Pensai, lì si che ci sarà aria pulita! Cominciai allora a paragonare la regione lombarda a quella canadese, realizzai presto che Milano e Toronto erano, e lo sono ancora, le locomotive industriali delle economie dei rispettivi paesi e, in quanto tali, non si possono mai fermare. I numeri della produzione contano, conta il PIL della nazione e tutto il resto viene dopo, i numeri impressionanti delle malattie respiratorie e dei tumori fanno testo solo per le statistiche. Si vive per lavorare, come dicono in italiese per una buona giobba (per non dire “good job”) e pagare il “morgheggio” (da “mortgage” che è il mutuo bancario). Ricordo che Vittorio, un anziano capomastro, per farmi capire lo stile di vita che mi aspettava, soleva dirmi: “Franco, lo sai? Qui soltanto i primi trent’anni sono difficili!” e ridevamo di pancia ogni volta.

Qualche anno fa, appresi dalle news che il governo della provincia dell’Ontario era riuscito nell’intento di chiudere tutte le centrali a carbone esistenti sul territorio per ridurre l’inquinamento atmosferico. I costi furono dell’ordine di centinaia di milioni di dollari; tuttavia, l’incidenza reale sul totale delle emissioni di CO2 era stata meno del 4%. Mi andai a documentare, anche perché, con gli anni, avendo diritto al voto, ne volevo sapere di più della politica locale, e scoprii che in effetti quella risicata percentuale era vera, era esattamente del 3,6% (1). L’Ontario aveva centrato sì l’obbiettivo degli accordi di Davos di ridurre del 6% le emissioni di gas da effetto serra dal 1990 al 2016, ma quella riduzione, ottenuta su settori quale appunto quello della produzione energetica (-75%) e anche dell’industria (-20%), era stata controbilanciata dall’aumento del CO2 dovuto ai trasporti (+27,6%), dall’inquinamento dovuto alle nuove costruzioni (+27,7%) e alle discariche (+18,4%). In altre parole, eliminate le centrali a carbone e, migliorata la tecnologia dell’industria pesante, ci si ritrovava un mare di autotreni in più sulle strade e una città che prendeva sempre più l’aspetto di una foresta di grattacieli. Senza essere scienziati o specialisti di questi temi, si capisce che le dinamiche di sviluppo sono sempre concatenate tra loro. La politica di immigrazione nazionale porta ogni anno nella provincia più popolosa del Canada circa centomila nuovi residenti (qui non si chiamano migranti). Essi costituiscono una ricchezza in termini di forza lavoro ma anche un traino per la crescita del mercato immobiliare. Il rovescio della medaglia di tale incremento demografico è l’aumento di auto e mezzi sulle strade, di rifiuti prodotti e, quindi, di emissioni di CO2 e di aria pessima in città. Il modello di sviluppo intrapreso non è evidentemente sostenibile, infatti le esigenze di sviluppo erodono sistematicamente tutto quel guadagno in termini di aria pulita che si potrebbe ottenere utilizzando energie rinnovabili e nuove tecnologie all’industria manifatturiera.

Andai poi a vedere le emissioni di gas serra a livello nazionale, e qui c’è da tener subito conto delle dimensioni continentali del Canada (il terzo paese sul pianeta per estensione dietro solo al territorio russo e leggermente inferiore a quello cinese), una nazione che si estende dal Pacifico all’Atlantico al mare Artico,  abitata da una popolazione risibile, oggi di solo 37 milioni di persone, la cui maggioranza è concentrata in poche e sparse città.

Lessi l’ultimo studio sulle emissioni da gas serra della commissione ambientale canadese (2) e trovai che quelle di CO2 dal 1990 al 2018 sono aumentate di oltre il 20%. Ma il dato su scala nazionale dice davvero poco perché sia province che territori hanno economie completamente diverse. Anche su scala nazionale, nonostante l’incremento demografico del 10%, troviamo decrementi sensibili delle emissioni dovute alla produzione energetica e dell’industria pesante. Tra i principali responsabili di quel 20% di aumento, oltre al trasporto su gomma, troviamo un nuovo settore: quello dell’estrazione petrolifera. Il traffico imponente delle merci a lunghe distanze, dal 1990 si era incrementato del 54%, l’attività estrattiva dell’oro nero del 84%! Su quest’ultimo, nessuna sorpresa per noi che viviamo qui da una vita ma qualcuno di voi ha mai sentito parlare di “oil sands”? È l’estrazione di petrolio dai fossili, richiede escavazioni massicce e impiego di vapore acqueo in quantità parimenti gigantesche. Una tecnologia tutta canadese di cui non si può andare orgogliosi, sviluppata proprio agli inizi degli anni ’90 e che, da allora ad oggi, secondo lo stesso rapporto (2), è aumentata del 456%!!! La provincia dell’Alberta, ribattezzato “il Texas del Canada”, la roccaforte del partito dei conservatori, è responsabile primaria dell’aumento di emissioni di CO2 di tutto il Canada negli ultimi trent’anni. È da lì che dal tempo dei governi Bush prima e Obama poi, sarebbe dovuto partire verso gli USA il famigerato oleodotto “XL Keystone pipeline”, osteggiato dalle popolazioni indigene e da tutti i gruppi ambientalisti di Canada e Stati Uniti messi insieme. Solo di recente, col governo NDP, di stampo socialista, nella politica nazionale è iniziato il dibattito sulla sostenibilità ambientale di quella produzione e si sono sentite parole sui media come “conversione dell’economia” in Alberta. Ma come rinunciare a quella quota consistente del PIL, come saziare squali affamati quali sono grandi corporations come Suncor proprio in un’era di crisi della produzione petrolifera? Le domande sembrano essere ancora sul tappeto.

In mezzo a tutto questo, alla devastazione ambientale di quei luoghi, ci stanno i più deboli, i nativi che, attratti da un po’ di lavoro, hanno finito per cedere allo sfruttamento del loro territorio e hanno visto inquinarsi un grande fiume come l’Athabasca. Vivono in piccole riserve lì intorno, abitano stretti con le loro famiglie nei prefabbricati, fuori respirano la polvere di quelle imponenti escavazioni e, soprattutto, quelle delle esalazioni provenienti dalle scorie, dalle paludi di veleni a cielo aperto.  A pagare il dazio, lì e altrove in nord-America, sono proprio le popolazioni indigene, loro che per secoli hanno preservato l’aria pulita e il culto dei quattro elementi. In mezzo ci stanno loro e la loro storia, quella di un colonialismo ancora aggressivo, di un popolo che si è vista usurpata la terra per 150 anni con trattati farlocchi, le risorse depredate senza alcun beneficio, anzi! Tuttavia il retaggio e la voglia di lottare restano, nonostante i tentativi di assimilazione “culturale”, gli atteggiamenti federali paternalistici e le occupazioni illegali delle loro terre.  Prima che esplodesse la pandemia, agli inizi del 2020 la protesta dei nativi, per via di una disputa su dei territori in British Columbia, era arrivata al punto di paralizzare tutto il traffico su rotaie della nazione, da Vancouver a St John in Newfoundland. A schierarsi con loro c’erano tanti attivisti e gli onnipresenti movimenti ambientalisti. Quest’ultimi, a vedere l’ultimo docu-film “Planet of the Humans”, (prodotto da Michael Moore e girato da Jeff Gibbs), si direbbe che non ci abbiano capito molto nelle battaglie “green” dell’ultimo decennio. E allora come fermare questa inarrestabile “antropocene”? Forse dovremmo chiederlo ai nativi, a quei pochi che avranno ancora voglia di parlarci, a quelli ancora disposti a fidarsi dell’uomo bianco, come si fa a preservare gli ecosistemi?  Cos’era la vita in questi luoghi straordinariamente belli prima che arrivassimo noi?

Intanto non ci resta altro che fare rete, raccontare queste storie che servono a far conoscere e rendere impopolari coloro che depredano e inquinano il pianeta col tacito consenso di chi dovrebbe amministrare il bene comune. È già successo altrove che le lobby, sentendosi il fiato sul collo, hanno dovuto cambiare le loro mire di arricchimento e i governi, dal canto loro, hanno dovuto cambiare le loro agende e le politiche di sviluppo, pena i titoli che colano a picco nelle borse e la mancanza di investimenti stranieri. Noam Chomsky insegna.

Francesco Cascardo 

Riferimenti:

  1. Environmental Commission of Ontario -2016 Study : “Where are we at ?”
  2. Environment & Climate Change Canadian Commission -2020 “Greenhouse gas emissions”

Classe ’67, cresce a Paola (CS) e si laurea all’Università della Calabria in Ingegneria Civile. Coltiva la passione per la storia e la politica, lavora nell’azienda edile di famiglia fino al ‘99.

A trent’anni emigra in Canada e dal 2014 ne acquisisce la cittadinanza. Oggi vive nei “suburbs” di Toronto con la moglie ed esercita la professione di ingegnere strutturista. Torna in Calabria regolarmente per rivedere i familiari e gli amici di sempre.

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