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Palazzo Blu, Persiane Gialle

La giornata è stata piena di cammino, a lavoro con i ragazzi, per spostarmi da una necessità all’altra.

Ho appuntato mentalmente, in immagini, alcune sensazioni nate dall’osservazione di luoghi e oggetti, persone.

‎Ingredienti d’un tornado che non possiede rumore.

Mi è sembrato, per due volte, di vedere sotto una mascherina persone che non sono più vive. Eppure stavo per salutarle, dimentico della morte che le ha sottratte a tutto questo nostro inseguirci.

Mi ha spiazzato la tenerezza nello sguardo di un cane che mi si faceva incontro, piccolissimo, da solo, muovendo la coda. Avrei voluto accarezzarlo, ma c’era del vetro a separarci.

Due scarpe poggiate alla base di un albero, marroni, di pelle, grandi. Ho immaginato come e perché fossero arrivate lì, così nuove e prive d’usura, eppure lasciate in posa scomposta, come a voler dire che c’era da disfarsene in fretta. 

Un bidone giallo per rifiuti a rischio biologico, rovesciato su brandelli di plastica, sul marciapiede di via Roma‎, il coperchio qualche passo più avanti, colmo di una putredine marrone dalla quale spuntano ossa sottili, ancora avvolte su pelle fattasi cuoio. Un gatto molto grande, o un cane di medie dimensioni, a giudicare dagli ingombri. Un odore pungente, di avanzata decomposizione, infilato a forza nei passi disattenti di tanta gente, tutta agghindata in mascherine di colore e voce.

Un tronco scavato, la corteccia liscia e sinuosa come pelle di serpente, l’incavo aperto sulla strada e una manciata di gratta e vinci usati, infilati li dentro quasi come figli morti nel grembo di una madre che – cicli e cicli prima – aveva dato loro sostanza.

E sopra ogni passo un cielo che dall’azzurro scivola sul grigio, asciutto, per finire poi nella cortina soffice del crepuscolo.

Da dove sono seduto ora posso ancora vedere il blu denso delle pareti che si alzano oltre la fontana, inframmezzate dal giallo singhiozzante di persiane tutte giù, aperte a metà, o completamente riavvolte a mostrare le luci delle abitazioni.

L’orologio dice che anche per me é ora di ritornare.

Eppure il sangue, nelle vene, non lo riconosco più bene. Pare un estraneo, un reduce, rifugiato nei corridoi della casa che so, immobile, come Pris mentre osserva Deckard darle la caccia, e fuori piove senza sosta. Aspetto sempre la scena della colomba, della celebrazione, la morte che ritorna vita.

Carlo Stepancich

17.04.2021      20:06 – di Carlo Stepancich

– Cosenza, su una panchina del parco Piero Romeo, quella dedicata a Loredana Grano –

Scrivo per camminare addosso alle mie tristezze,

con movimenti dolci, eco di una paternità cui non avevo mai – prima d’ora – prestato ascolto.

Provo a trattenere lo sguardo abbastanza a lungo sul mondo che scivola tra le urla dei ragazzini, armati delle loro birre, la leggerezza d’una pazzia acerba, che senza meraviglia già intravede l’orrore impupato sotto quattro mura, strette, affannate sul domani, sulla promessa che deve mantenere di fronte al tempo, sul nulla.

Vedo due bambini correre laggiù, lontano,

(i genitori immersi nel liquido amniotico dei loro silenzi sensibili al tocco)

e il riflesso di ciò che potrebbero essere diviene ragazzo e ragazza, seduti ai piedi di un’altalena, si abbracciano, per baciarsi, nessuna mascherina, labbro sopra labbro, ad assaporare la quiete di parole che a loro soli appartengono, come cuori vicini, stretti nelle mani della sera.

Scrivo del loro sogno come fosse – per un istante brevissimo – anche mio.

Mentre la musica rotola nel vento notturno, infiammandosi di nuvole invisibili, sottili tracce d’una formica che inizia a raccogliere l’estate prima del ritorno di ottobre evaporano nel mio ricordo.

E ho lottato, mantenendo la gentilezza cucita al respiro, discutendo nel fuoco con passato e nostalgia, accettando l’istante in cui si spegne la luce, e vi é solo smarrimento nei sussurri bui. Ho provato a inseguire parole misteriose, sfuggenti, selvatiche, credendole prede, per poi accorgermi di essere io a venir fiutato dal loro istinto ferale, inseguito dallo sguardo tagliente del felino in agguato, pronto al balzo fatale.

I ragazzi sono andati via, mano nella mano. Resto solo.

Penso al volere di Dio come ha scritto mio zio, al fatto che bisogna farlo anche se non ci piace, e mi chiedo se avrò la forza di concepirlo nel sonno che attende proprio oltre la curva della strada, come sosteneva Pessoa.

In fondo è tutta la vita un prepararsi certosino alla morte. Questa lunga sera che scende a posarsi sulla voce, questo sudario d’ombra.

Le altalene sono immobili.

Vedo i miei piedi muoversi, uno dietro l’altro, verso casa.

Ho il cuore fermo in petto.

Batte per non morire.

Carlo Stepancich


Animo malinconico e crepuscolare, naturalmente propenso alla ricerca verso il basso, che induca l’esigenza dell’alba. Attento osservatore dei dettagli che giacciono ai margini delle strade, tra polvere e nuovi germogli, si muove nelle mareggiate di memorie assicurandosi ben saldo il cuore a carta e penna. È anche tecnico comportamentale per l’autismo, aspirante tecnico FPI, e porta avanti da anni una palestra autogestita di Pugilato in uno spazio occupato a Rende.Spesso affianca la fotografia d’abbandono alla scrittura, cosicché l’una tragga conforto e voce dall’altra. È stato cofondatore della casa editrice e fucina di laboratori di ascolto e lettura Coessenza. La parte in festa della sua intimità la condivide con la Terra di Piero. Ha un gatto, legge e colleziona testi di H.P. Lovecraft da quando aveva tredici anni e ne ha visitato la tomba, a Providence, un paio d’anni fa.

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