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NON SI VIVE DI SOLA ARIA. LA FAME NEL MONDO, DOVE SIAMO E COME USCIRNE – di Marco Cavalcante

L’autore lavora come Vicedirettore per il World Food Programme dell’ONU in Malawi. Le idee esposte in questo testo non rappresentano necessariamente quelle del World Food Programme.

Su questo argomento le fonti disponibili sono per lo più convergenti: un essere umano in buona salute può resistere all’incirca dai 3 ai 4 minuti senza aria; dai 3 ai 4 giorni senza acqua; e dai 30 ai 40 giorni senza cibo. Di questi tre bisogni primari che consentono la sopravvivenza alla nostra specie, l’aria è quella di cui si ha bisogno con maggiore frequenza: tra le 16 e le 20 insiprazioni di aria ogni minuto. Il bisogno d’acqua si misura invece al giorno. In 24 ore abbiamo bisogno di circa 8 bicchieri d’acqua. Per il cibo, si parla di circa 2200 calorie nelle 24 ore, per assicurarci una quantità di energie che bilanci quelle consumate durante una giornata media.

Tuttavia la disponibilità di questi tre elementi varia e di molto. L’aria, nonstante il deterioramento degli anni recenti, continua ad esistere in sovrabbondanza e in modo gratuito. Con le dovute eccezioni (che meriterebbero di essere trattate in un articolo ad esse interamente dedicato), la terra abbonda d’aria, e nonostante il crescente inquinamento atmosferico e i cambiamenti climatici, il nostro Pianeta continua a garantirci i nostri fabbisogni. Discorso diverso per acqua e cibo.

Anche l’acqua (dolce, potabile) come l’aria esisteva in sovrabbondanza sul pianeta Terra. Solo alcuni decenni fa, sarebbe stato impossibile pensare che gli esseri umani l’avrebbero venduta, e comprata, come un qualsiasi altro bene commerciale. Un pò come per l’aria oggi, l’abbondanza di acqua e la sua disponibilità quasi illimitata ha spinto al suo uso spropositato in agricultura, allevamento e industria, provocandone una grave carenza. Questa carenza, esacerbata dai cambiamenti climati in corso, fa ipotizzare a molti studiosi che l’accesso all’acqua (non inteso come sbocco al mare, anch’esso causa di molte guerre, ma proprio all’acqua dolce, potabile) sarà una delle maggiori cause di conflitti nel mondo.

Il cibo, una storia diversa

Per il cibo invece, come molti sapranno, è stata sempre dura. Fin dalle origini della vita sulla terra, l’essere umano ha sofferto periodicamente per la carenza di cibo e la conseguente fame. I primi gruppi di Sapiens si affidavano alla caccia ed alla raccolta di frutti selvatici per il proprio sostentamento. Questa strategia non era esente da rischi. Le prede non erano infatti molto propense ad essere catturate e il raccolto di frutta selvatica spesso spingeva i gruppi di Sapiens a spostarsi con frequenza da un luogo all’altro per cercare piante non “sfruttate”. La caccia e la raccolta di frutta selvatica vennero, pian piano, nei secoli soppiantate dall’agricoltura e l’allevamento come principale fonti di cibo. Questa nuova strategia avrebbe consentito all’essere umano di diventare stanziale, di investire nella costruzione di abitazioni più forti, di formare poi in seguito, villaggi e città con una popolazione sempre più crescente. Ma anche questa strategia ha presentato negli anni molti problemi. I raccolti, come anche la salute del bestiame, dipendevano dalle piogge. Quando la stagione delle piogge era puntuale e abbondante, allora lo erano anche i raccolti. Quando invece le piogge arrivavano troppo tardi, o troppo presto, ed erano troppo forti o troppo scarse, allora il raccolto soffiriva, e con esso le comunità di essere umani. E questo purtroppo avveniva davvero spesso. Inoltre c’erano i rischi legati ai parassiti che attaccavano le piante, o i roditori e gli insetti che mangiavano o infettavano i raccolti. Infine, c’era un perenne rischio di essere attaccati e derubati da altri gruppi di essere umani. Analizzando i reperti ossei, gli scienziati hanno dimostrato che i gruppi di Sapiens che si affidavano alla caccia ed alla raccolta di frutta selvatica avevano addirittura un livello nutrizionale migliore delle comunità che si affidarono successivamente all’agricoltura. Questa situazione, almeno in una parte del Mondo, durò fino al XVII o XVIII secolo quando tecniche di irrigazione sempre più sofisticate unite ai macchinari sfornati dalla Rivoluzione Industriale consentì una trasformazione radicale del sistema produttivo, culminata poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la cosiddetta Rivoluzione Verde che ha consentito, non senza peccato, di moltiplicare la produzione di cibo.

Per alcuni anni, in molti hanno pensato che fame e carestie potessero essere presto dimenticate. Le teorie Malthusiane secondo cui la crescita della popolazione non era più sostenibile per le risorse disponibili sulla Terra sarebbero state presto smentite dalla realtà. Il progresso tecnologico aveva consentito all’essere umano non solo di produrre abbastanza cibo per tutti. Per la prima volta alla fine degli Anni Quaranta lo spettro della mancanza di cibo, dopo anni e anni di sofferenza, poteva essere sconfitto. Ma così non fu.

I numeri della fame

La definizione più largamente accettata di sicurezza alimentare venne coniata durante il World Food Summit del 1996: “tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico, sociale ed economico ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti che garantiscano le loro necessità e preferenze alimentari per condurre una vita attiva e sana”. Perchè una persona abbia la sicurezza alimentare sono necessari quattro componenti: la disponibilità di cibo, intesa come capacità di trovare il cibo nelle quantità e qualità necessari. L’accesso al cibo, inteso come la capacità di avere le risorse necessarie per acquistare il cibo eventualmente disponibile, nelle quantità e qualità di cui si ha bisogno. L’utilizzazione, intesa come 1) la capacità di assorbire il cibo acquisito vale a dire essere in salute e senza malattie debilitanti come la diarrea; e 2) la capacità di preparare il cibo acquisito in modo salutare. Infine, la vulnerabilità, vale a dire che le condizioni precedenti (disponibilità, accesso e utilizzazione) siano stabilmente presenti.

Al momento, anzi nel 2019, ultimo anno per il quale abbiamo statistiche complete, circa 690 millioni di persone soffrono la fame cronica. Le persone che invece soffrono di fame acuta, vale a dire che hanno bisogno di assistenza esterna urgente per sopperire alla mancanza di cibo erano 135. È importante sottolineare l’anno, il 2019, visto che a causa della pandemia entrambi i numeri nel 2020, e possibilmente anche nel 2021, saranno peggiori. Gli indicatori riguardanti la nutrizione non vanno meglio. I bambini che soffrono di deficit di sviluppo causati da un’alimentazione di qualità povera sono circa 144 milioni, mentre 47 milioni sono troppo magri per la propria altezza, un segnale che la loro alimentazione non è sufficiente in termini di quantità. Anche questi numeri di riferiscono a stime del 2019. Oggi la situazione è probabilmente peggiore.

Nel settembre 2015, 193 stati Paesi del Mondo riuniti nell’Assemblea Generale dell’ONU hanno adottato l’Agenda 2030 intitolata “Trasformare il nostro mondo”. Questa Agenda include 17 obiettivi che i potenti della Terra si sono posti per migliorare il Mondo in cui viviamo: i cosidetti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Il secondo di questi 17 Obiettivi dice che entro il 2030 dovremo azzerare la fame nel Mondo. Molti hanno pensato che fosse troppo ottimista. Altri che fosse troppo tardivo. Al di là di chi ha ragione, è necessario registrare che il precedente set di Obiettivi, quelli del Millennio da raggiungere entro il 2015, avevano generato simili reazioni. I numeri ci dicono che effettivamente per quella data il Mondo riuscì a dimezzare la povertà e per pochissimo ha mancato l’obiettivo di dimezzare la fame.

E invece ora, nel 2021, se i trend registrati di recente dovessero mantenersi inalterati, invece di azzerare la fame, nel 2030 avremmo oltre 840 milioni di persone che non sapranno se e quando mangieranno il prossimo pasto.

Ogni giorno muoino di fame e delle sue conseguenze circa 25 mila persone. Ma perché?

Il perché di un fallimento

Ci sono tre colpevoli per questi terribili numeri. I conflitti e le guerre; i disastri ambientali; e le disparità economiche.

Essere a stomaco vuoto non è facile. Una delle coseguenze immediate della fame nel breve termine è l’irritabilità, l’instabilità. Chi non mangia, chi non ha abbastanza per risorse per sfamare la propria famiglia è certamente molto più soggetto a commettere attività illecite e persino ad associarsi ad organizzazioni criminali2. Ma il legame più forte tra fame e conflitti è sicuramente l’opposto. La guerra colpisce tutti gli aspetti della sicurezza alimentare: la disponibilità di cibo diminuisce dato che ci sono interruzioni della produzione e nel trasporto di derrate alimentari; l’accesso al cibo disponibile si riduce in parallelo alle opportunità di lavoro che vengono a mancare, soprattutto per coloro i quali sono costretti a scappare in campi profughi; la situazione sanitaria durante i conflitti peggiora come conseguenza di forti stress sul personale e sulle infrastrutture sanitarie; infine la vulnerabilità aumenta visto che del doman non v’è certezza. 77 milioni dei 135 milioni di affamati acuti, vivono in paesi con un conflitto in corso. Un dramma quello dei conflitti che dopo decenni di miglioramenti è iniziato a peggiorare in particolare negli ultimi cinque anni.

2 La fame è stata storicamente causa o concausa di disordini in molti paesi, come per esempio durante la Rivoluzione Francese. Anche recentemente, le primavere arabe in parte hanno avuto anche la fame come concausa.

I disastri ambientali sono anch’essi in aumento. La ragione di questo trend è da attribuire ai cambiamenti climatici in corso. Ormai non è più un mistero: le attività umane sono quelle che stanno spingendo gli attuali cambiamenti climatici verso direzioni pericolosissime. Negli ultimi cinquant’anni i disastri ambientali sono triplicati di numero. In particolare inondazioni, siccità e uragani colpiscono sempre più di frequente lasciando dietro di loro morte e distruzione, e spingendo fette sempre più importanti del pianeta a migrare. I disastri ambientali colpiscono sia il Nord che il Sud del mondo, tuttavia, la mancanza di sistemi di welfare maturi e di reti di protezione sociale adatte ad assorbire gli urti di questi shock naturalmente causa molti più danni, e certamente molto più permanenti, nei paesi poveri. Una cosa molto triste da registrare visto che la maggior parte dei comportamenti dannosi e inquinanti per la nostra atmosfera avviene invece in altri luoghi.

Infine le disparità economiche. Il legame tra povertà e fame è di lunga durata. Chi ha soldi difficilmente soffre la fame (anche se non sempre è così semplice). Il divario tra paesi ricchi e paesi poveri è molto profondo, e sebbene nell’ultimo decennio molti Paesi cosidetti in via di sviluppo siano effettivamente riusciti a registrare ottimi livelli di crescita, molti altri, per diverse cause (non ultime proprio quelle citate in precedenza: conflitti e disastri ambientali), non riescono ad uscire dal pantano della crisi economica. La crisi sanitaria causata dalla recente pandemia di COVID avrà certamente effetti devastanti sulle economie mondiali. E non è difficile immaginare che le economie dei paesi poveri, incapaci di mobilitare grandi somme di stimoli finanziari, saranno quelle colpite più duramente. Inoltre, recentemente abbiamo assistito ad un altro tipo di divario: quello tra ricchi e poveri all’interno dello stesso paese. Le disuguaglianze tra chi ha tanto e chi non ha niente sono aumentate sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, dove, in molti casi, i benefici di crescite economiche sostenute, sembrano essere finiti in mano di una relativamente ristretta élite.

Come uscirne

Nessuno ha la bacchetta magica e nemmeno la sfera di cristallo, anche se entrambe in questo momento storico farebbero davvero comodo. Ma se leggendo i numeri attuali e sperando che nel 2021 il mondo possa riuscire a chiudere la parentesi COVID senza che nei prossimi anni se ne aprano altre, non c’è da essere molto ottimisti. Nel 2030, con questo trend, non riusciremo ad azzerare la fame. Anzi, il numero delle persone che soffriranno di fame e delle sue drammatiche conseguenze dovrebbe aumentare, superando gli 800 milioni. Non c’è dubbio: dobbiamo invertire direzione, dobbiamo fare di più. Ma fare cosa?

Per anni il dibattito accademico intorno a come fermare (anzi il dibattito era su come “frenare”) la fame nel mondo si è concentrato intorno a due macro-soluzioni: 1) aumentare la produzione di cibo; e 2) migliorare la distribuzione delle risorse. Naturalmente, nonostante le differenti scuole di pensiero di chi le ha proposte, queste due opzioni non sono esclusive. Non si tratta di un o l’una o l’altra, come il dibattito lasciava intuire, ma si potrebbe lavorare su entrambe in parallelo.

In termini di produzione, è necessario che forti investimenti vengano fatti verso il settore agricolo dei paesi poveri. In particolare, verso i piccoli agricoltori, che sono poi quelli che oltre a produrre il cibo, spesso soffrono la fame durante il periodo dell’anno lontano dal raccolto. Modernizzare il settore, con investimenti mirati verso sistemi di irrigazione sostenibile è certamente un aspetto fodamentale. Inoltre, c’è da porre l’attenzione sulla questione del genere. Molto spesso le donne sono quelle che fanno il lavoro nei campi ma che hanno poco accesso ai sistemi di istruzione, anche primari, e poi, da lavoratrici, a sistemi creditizi ed a opportunità di riunirsi in cooperative. Un’altro aspetto chiave è quello di fermare gli sprechi. Tra produzione, trasporto, vendita, e immagazzinamento, perdiamo in alcuni paesi quasi il 30% del cibo. Troppo.

Aumentare la produzione in modo sostenibile da un punto di vista ambientale, e con un occhio particolare al ruolo delle donne quindi. Ma anche rivedere i trattati di commercio internazionale per aumentare la possibilità di scambi commericali tra paesi poveri che 5

possono in tal modo favorire le rispettive bilancie commericali. La questione dei cambiamenti climatici è strettamente legata al tema della produzione. I progressi ottenuti a Parigi, durante la conferenza mondiale sul clima, sono incoraggianti, anche se probabilmente non ancora sufficienti. L’essere umano deve imparare a convivere meglio con la Terra. Come dice un famoso slogan in voga tra i giovani in questi ultimi anni: non abbiamo un Pianeta B.

In termini di distribuzione di risorse, povertà e disuguaglianza sono certamente i due mali da colpire. In questo caso, è importante rimettere al centro dell’attenzione dei governi lo sviluppo del capitale umano di ciascun paese. Questo significa investire in: istruzione, con un occhio alle nuove tecnologie e la digitalizzazione; sanità, garantendo cure di base per tutti; e nutrizione specialmente per i primi 1000 giorni di vita dei bambini, un campo in cui il settore privato può e deve giocare un ruolo sempre maggiore. Investire sull’essere umano affinchè le nuove generazioni siano in grado di generare idee ed essere produttivi e propositivi, ma questo, come scrivono Acemoglu e Robinson nel loro bellissimo libro Perché le nazioni falliscono, deve avvenire in un contesto in cui le istituzioni siano inclusive e libere. Infine, è importante che i paesi si dotino di un sistema di protezione sociale efficace che redistribuisca le risorse verso chi ne ha più bisogno, nel momento in cui ne hanno più bisogno (per esempio per rispondere ad un emergenza climatica), creando tra l’altro opportunità di lavoro urbane e rurali in settori extra-agricoli.

Dove prendere le risorse per questi investimenti? Oltre ad un uso oculato del supporto bilaterale, che deve essere sempre più usato come volano per la crescita sociale ed economica, si possono tagliare molti costi snellendo le burocrazie presenti con investimenti nella digitalizzazione dei sistemi. La corruzione e l’evasione fiscale sono altre due piaghe da eliminare. Da questa lotta si possono ottenere moltissime risorse. Inoltre, quasi tutti gli investimenti proposti avrebbero un ritorno enorme non solo a livello di sviluppo umano ma anche di sviluppo economico, quindi si potrebbero anche fare accedendo al debito internazionale (in particolar modo le evidenze scientifiche indicano in modo uniforme che investimenti in nutrizione, salute e scuola hanno dei ritorni economici immensi).

Naturalmente, oltre a questi importantissimi aspetti, per fermare la fame c’è bisogno di pace. Il premio Nobel per la Pace assegnato nel 2020 al World Food Programme dell’ONU sottolinea ancora una volta questo legame. Non può esistere pace se le persone sono affamate, e non ci sarà mai l’azzeramento della fame e della sottonutrizione se esistono le guerre. Fermare le guerre immediatamente e trovare soluzioni politiche ai conflitti esistenti è un aspetto chiave per ottenere quello che da secoli stiamo aspettando. Abbiamo un’occasione storica. Sappiamo come fermare la fame. Abbiamo il vaccino. Per tutti. Ora tocca solo trovare la volontà di usarlo.

Marco Cavalcante

Utili letture per approfondire l’argomento:

Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo. E perché le cose vanno meglio di come pensiamo, 2018, di Hans Rosling, Ola Rosling, e Anna Rosling Rönnlung, Rizzoli

La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, 1997, di Massimo Montanari, Laterza

La Fame nel Mondo spiegata a mio figlio, 2010 di Jean Zigler, Il Saggiatore

Mass Starvation: The History and Future of Famine, 2017, di Alex de Waal, Polity 6

Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità, e povertà, 2013, di Daron Acemoglu e James A. Robinson, Il Saggiatore

Sapines, La nascita dell’umanità, 2020, di Yuval Noah Harari, Bompiani,

The State of Food Security and Nutrition in the World 2020 Transforming food systems for affordable healthy diets, 2020, di FAO, IFAD, UNICEF, WFP e WHO, Roma, FAO, consultabile online: http://www.fao.org/3/ca9692en/CA9692EN.pdf

The Theories of Famine: From Malthus to Sen, 1993, di Stephen Devereux, Prentice Hall


Marco Cavalcante è nato a Cosenza, il 19 febbraio 1978, sposato con Jacqueline Anne Nivet in Cavalcante, ha tre figlie Naila, Anna Laura e Giuliana. Laureato in economia e commercio presso l’Università Sapienza di Roma, con periodi di studio trascorsi in Irlanda, al Waterford Institute of Technology, e in Spagna, alla Universidad de Malaga; ha conseguito un Master in sviluppo rurale in Inghilterra, presso l’University of Sussex. Infine, nel 2005, ha completato il dottorato di ricerca presso l’Università Sapienza di Roma con una tesi sugli impatti della liberalizzazione economica nelle aree rurali del Tamil Nadu, con periodi di studio trascorsi in India, presso il Madras Institute of Development Studies. È autore di varie pubblicazioni scientifiche e giornalistiche sui temi della povertà e della fame. Ha scritto Dal Cuore dell’Africa e Dal Tetto dell’Asia, pubblicati da Iride e Falco Editore, dove narra le sue esperienze di operatore umanitario. Dal 2005 lavora per l’agenzia ONU World Food Programme (Programma Alimentare Mondiale), dove ha ricoperto vari incarichi nelle sedi di Roma, Kampala (Uganda), Juba (Sud Sudan), Kabul (Afghanistan), Kathmandu (Nepal). Khartoum (Sudan). Dal Luglio 2019, è Vice Direttore nella sede di Lilongwe, in Malawi.

@Mck_78

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