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L’APNEA E LE GRANDI PAURE DELL’UOMO – di Andrea Marotta

In apnea sono sempre stato una frana. Sin da bambino. Al mare, quando si facevano le gare sott’acqua, non resistevo mai più di dieci secondi. A 38 anni, fuori dall’acqua, mi è toccato stare senz’aria per cinque mesi.

Ho smesso di respirare esattamente il 29 febbraio del 2020. C’era di mezzo il calcio. E, siccome è dal calcio che ho imparato che tutto è possibile, trovarmi senza respiro non mi ha sorpreso. Mi ha ferito. Anzi, mi ha riportato indietro vecchie ferite. Ricordo anche come cominciava il mio pezzo: Alla Pianese temono più la retrocessione che il Coronavirus. Volevo cogliere un paradosso ed essere brillante. O, forse, cominciavo anch’io ad avere paura.

La storia è questa: il 29 febbraio arriva in redazione la notizia di un positivo al Covid nella squadra della Pianese, serie C italiana. I primi casi di Coronavirus in Toscana risalivano al giorno precedente. Ci fu pure subito una stucchevole polemica (una delle prime, delle tante) su quel “primi casi”: “Dire così”, ci fecero notare alcuni, “implica che ce ne saranno degli altri e i giornalisti”, concludevano i soloni da tastiera, “si occupano di fatti, non sono mica rabdomanti”. Vagli a spiegare che i fatti esistono solo perché si interpretano.

Insomma, parto per Piancastagnaio, un bellissimo borgo medievale sul monte Amiata, perché la notizia pare grossa. La Pianese, pochi giorni prima, ha giocato contro la Juventus Under 23. E la Juventus Under 23 si allena con Cristiano Ronaldo e compagnia. Dunque, ora che la Pianese (bianconeri, come la Vecchia Signora) è in isolamento, dalle testate nazionali vogliono capire se dovrà andarci pure la squadra di Maurizio Sarri.

A Piancastagnaio, però, incontro il sindaco, parlo con i dirigenti della società e sono tutti tranquilli. Eccetto per una cosa: “Certo che, se ci mettono in quarantena per due settimane, poi è un casino recuperare tutte quelle partite”, dicono, “rischiamo davvero di retrocedere”. Quella è la prima stagione in serie C della loro storia.

Da qui, l’attacco del mio servizio. Perché è vero che le tre più grandi paure dell’uomo sono la morte, il tradimento e la retrocessione, come diceva un vecchio striscione da stadio. E io, mentre entravo in apnea, non sapevo ancora che le avrei affrontate tutte e tre.

Non lo sapevo anche se ero consapevole di come sia fatto il Paese (e forse il mondo) a cui ci siamo abituati, tra vecchio e nuovo Millennio. Pronto a inorridire di sdegno per il corpicino senza vita di Aylan sulla spiaggia di Bodrum, ma a distogliere lo sguardo se Aylan diventano dieci, cento, mille. Lesto a giungere le mani in preghiera quando vede i mezzi dell’esercito uscire da Bergamo con le salme delle vittime di Covid e, poi, a disseminare di risatine i bollettini social quando, ogni giorno, ne muoiono trecento. Ciò che è insostenibile può indurre gli occhi al pianto o, con la stessa facilità, spingerci a chiuderli. Nella “società dell’attenzione” preferiamo troppo spesso la seconda strada.

Manca l’aria, in un mondo così. Soprattutto se hai figli. Poco dopo Piancastagnaio, una sera a cena, con mia moglie decidiamo di dire ai nostri che quel mercoledì, forse, è stato il loro ultimo giorno di scuola. Non è la prima volta che siamo costretti a parlargli di “morte” o “malattia”, ma ci guardano ugualmente con gli occhi sbarrati. Pensano, forse, che siamo pazzi. Mi viene quasi da sorridere se penso invece che, su quella verità raccontata in anticipo mentre stava per consumarsi una tragedia collettiva, si fonderà un grosso pezzo della nostra futura credibilità di genitori: “Oh, ma ti ricordi quella volta del Covid? Stai a vedere che hanno ragione pure ora”. Verità, sempre verità, ammoniva mio padre. Sono in apnea da pochi giorni e mi manca già l’aria, com’è mancata a lui quando l’ho visto andar via.

Poche settimane prima era finito Sanremo. Mentre scatta il lockdown, mi torna in mente una delle canzoni più dure che abbiano mai solcato quel palco. Si chiama Aria, la cantava Daniele Silvestri. Parlava di un detenuto che esce dall’Asinara, ma lo fa in orizzontale, perché è morto. E nell’aria erano campati i suoi progetti. E dell’aria si accontentava per campare: e in questo io, modestamente, sono sempre stato un grande.

Il tempo del lockdown è una galera strana. Il lavoro mi distrae, mi costringe a uscire di casa; la fatica diventano le relazioni familiari strette in un tot di metri quadrati che non bastano mai alla Dad, ai giochi, in cui non c’è mai “tempo perso”. Mi sento pure un privilegiato ad avercelo, un lavoro, e uno stipendio. Sto provando a scrivere un libro, devo interromperlo perché tutto mi sembra irreale, distante. E c’è gente che all’onestà del mio lavoro non crede più. C’è sempre stata, è vero, giornalai, altro che giornalisti, ma stavolta è diverso, perché quello che accade ha conseguenze su tutti, anche su di me. A metà marzo sono morti 175 esseri umani e, nella chat del calcetto, un papà come me scrive che proprio non capisce, in fondo sono morte solo due persone per uno starnuto. Col Covid, di Covid, per Covid. Dopo un mese di apnea comincio a rendermi conto che non è che manchi l’aria. L’aria c’è. Sono io che non riesco a condividerla con certa gente.

Ed è qui che, dopo quella della morte, incontro la seconda paura. Mi sento tradito, perché sono cresciuto proprio in un posto dove la diversità era una ricchezza incredibile. Il collettivo, i piccoli passi tutti insieme. Sentirsi una forza invincibile in un boato, in un battito di mani. Quel posto era la curva Sud del San Vito a Cosenza e, anche se non mi considero un ultrà di prima linea, rimane uno dei posti in cui ho davvero imparato ad imparare. A fidarmi e diffidare. A fiutare l’aria. A scegliere le battaglie che ritenevo giuste e capire che erano giuste solo quelle condivise.

Invece ora negli stadi c’è il vuoto. Mi ritrovo “mosca bianca” a sperare che il campionato non riprenda, che non lo faccia senza pubblico sugli spalti, perché questo inevitabilmente produrrà un “prima” e un “dopo”. Quante altre cose, però, lo stanno facendo? Quante altre cose lo hanno già generato da anni e la maggior parte della gente se ne rende conto soltanto adesso, come se davvero solo il Covid avesse cambiato tutto? Ospedali e scuole a pezzi, il profitto avanti a ogni cosa e tutta la retorica sulla salute, sul non lasciare indietro chi fosse in difficoltà, sul valore della memoria e degli anziani per arrivare a chiudete i vecchi in casa e ironizzare sul fatto che l’età media delle vittime Covid, col Covid, di Covid, per Covid, fosse un filo più alta della speranza di vita, quasi che la pandemia gliel’avesse allungata.

Passano altri mesi, finisce il lockdown. Si torna (in parte) a vivere. Una vita diversa, stravolta, con una socialità limitata e la mascherina davanti alla bocca, a ricordarci che l’aria mancherà ancora per un pezzo – e chissà se saremo capaci davvero di respirarla ancora, quando tornerà tutt’intera.

Allora decido di provare a riprendermela da solo. D’altronde era cominciata col calcio e col calcio deve finire, quest’apnea. Il 31 luglio il Cosenza gioca al Marulla, a porte chiuse come accade da giugno. Quella mattina parto da solo, mi metto in viaggio dalla Toscana. Ho trovato un accredito per entrare in tribuna stampa, ma a metà strada capisco che non è per questo che sono partito. Non è nemmeno perché al Cosenza manca una vittoria per centrare un’impresa impossibile solo poche settimane prima: quella di rimanere in serie B. Non è nemmeno per vedere i gol di Sciaudone e Rivière e aspettare quello di Garritano, un altro cosentino, a Verona, che condanna il Pescara ai playout al posto nostro.

La partita, com’è sempre stato, è una parentesi. Il bello è prima. La strizza della vigilia, al pomeriggio. Le birre al pub con amici che non vedo da Natale. I volti tirati, le risate che graffiano il viso. Il bello è dopo. Vieni, andiamo negli spogliatoi, mi dicono i colleghi in tribuna stampa. Invece sto già correndo fuori, sotto la vecchia porta carraia, perché so quello che sta per succedere. So che li ritroverò tutti lì. La gente che ha aspettato il risultato in via degli Stadi e fatto esplodere i fuochi d’artificio a ogni gol. I miei amici del pub. Quelli che hanno visto la partita a casa, quelli che ancora jati appriessu aru Cusenza e poi sanno pure il numero di corner e falli laterali. E poi le sciarpe, i fumogeni accesi, che da piccolo arrivavano a ventate in tribuna A e mi facevano mancare l’aria, i cori, le bandiere. Un posto dove siamo sconosciuti, eppure non ci sentiremo mai tali: il più rivoluzionario che abbia mai conosciuto; il primo in cui ho creduto che tutto fosse possibile; l’unico dove continuerò a tornare per crederlo, ogni volta che ne dubito.

E la sera del 31 luglio 2020 tutto torna a essere possibile. Il Covid ci sarà ancora. L’aria, a volte, riprenderà a mancarmi, il fiato a spezzarsi, io a non resistere più di dieci secondi sott’acqua. E cambieranno le nostre vite. Come sempre. Ma in quella festa per la salvezza ho visto le tre grandi paure dell’uomo, la morte, il tradimento e la retrocessione dissolversi in un colpo solo davanti agli occhi.

Conservo un vocale di quella notte. Canto un coro con i miei amici, fuori dal pub, senza quasi più voce. Ma è di nuovo la mia voce. Non sono più in apnea. Ho ricominciato a respirare. Ho ritrovato l’aria. Sono di nuovo vivo.

Andrea Marotta


È nato a Cosenza nel 1982, è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e l’Espresso. Dal 2008 è in Rai, alla TgR Toscana dal 2013. Sempre nel 2013 è uscito il suo primo libro: “Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta” (Sagep Editore), scritto con Domenico Guarino. Nel 2018 ha realizzato con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino il libro/documentario “Eravamo tanto amati”, sul Partito Comunista dopo la “svolta della Bolognina”. Nello stesso anno ha vinto il Premio Ghinetti – Sezione Giovani. andreamarotta82@gmail.com

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