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IN UN SOFFIO – di Cinzia Sposato

Boccheggiavo in quel cunicolo buio. Ricordo l’odore di muffa, le ragnatele tutt’intorno, il muro che mi scorticava la schiena, e il mio seno di ragazza sollevarsi piano mentre inspiravo, tremante, piccoli sorsi d’aria. I passi dei soldati tedeschi, falcate di mandria assetata. Imploravo che non mi scoprissero stringendo in pugno le chiavi di casa.

Poi l’eco di un trapestio scalmanato su per le scale… tendo l’orecchio ad ogni fruscio, raggomitolata. Forse dei topi grattano contro le assi; sudo di paura e disgusto. Non posso urlare.

Sono passati quasi ottant’anni, e come allora, un nemico vuole deportarmi in un luogo dal quale non farò ritorno.

Il respiro, dopo giorni di febbre, si è fatto sibilo menomato, non mi basta neppure per parlare al telefono; vorrei riabbracciare Laura, supplicarla di scegliere se stessa, di non farsi spegnere dai desideri altrui.

«Ester, neanche le bombe ti possono ammazzare!» diceva mia madre carezzandomi le trecce di bambina.

Avevo pochi mesi, c’era stata un’esplosione, il crollo di un caseggiato, mia nonna Sara mi aveva fatto scudo col suo corpo; fui estratta dal ventre delle macerie, accanto al suo cadavere dilaniato.  

Renita, da dietro la porta, dice di aver preparato un piccolo borsone con della biancheria, tra un po’ l’ambulanza verrà a prendermi. Mi accerto che ci abbia messo anche il vestito giallo di seta con il cappellino abbinato e le scarpe in tono: ciò che ho scelto per sbeffeggiare il trapasso.

Il mio corpo esangue, scheletrito dall’usura, che gronda giallo come una mimosa sulla strada… così vorrei congedarmi dalla vita, cui ho rubato avidamente un giorno dietro l’altro. 105 anni!

Creperò affamata d’aria in un letto d’ospedale, con le vene martoriate dagli aghi, in attesa di un posto in terapia intensiva.

Abbi pietà di me, Signore, fammi morire nella mia casa, tra i miei ricordi, dolcemente; fa che non sia sola, ti supplico, nell’attimo in cui varcherò il confine dell’oltre.

Chiudo gli occhi intrecciando a fatica le dita, mi adagio tra i cuscini, il terrore mi gela le ossa, supplico allo stremo dello forze, poi mi lascio dondolare.

Mi sono innamorato di te perché, non avevo niente da fare, il giorno, volevo qualcuno da incontrare, la notte, volevo qualcosa da sognare, mi sono innamorato di te, perché, non potevo più stare solo, il giorno, volevo parlare dei miei sogni, la notte, parlare d’amore…

Rivedo le sue mani affusolate scivolare sui tasti, mentre incedo nel salone.

Lui è un giovane pianista, io sono la madre del suo allievo.

La voce esita nell’attimo in cui incrocia il mio sguardo, poi si abbandona nei miei occhi senza pudore.

Ricordo come stringeva la mia carne sazia dopo aver fatto l’amore, la velatura malinconica del suo sguardo seguirmi fino alle scale quando scappavo via.

C’erano i miei figli.

Mio marito, un eunuco emotivo.

«Sei una sgualdrina! una donna vizza e un giovane morto di fame: patetica! se non lo lasci ti denuncio, ti tolgo i figli, ti rovino!» mi diede un ceffone.

La settimana seguente disse che ci saremmo trasferiti: era stato promosso direttore di filiale.

Gli ho augurato la morte, perdonami Signore!

«La moglie segue la condizione civile del marito ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno fissare la sua residenza.»

Sarei dovuta scappare, attraversare la navata a perdifiato. Ho imballato il servizio di piatti, chiuso le valigie,  consolato i miei figli adolescenti.

I miei figli!

Non li vedo da quasi un anno, solo videochiamate; guardiamo  imbranati le nostre piccole facce di anziani smarriti e deprivati, appesi alla speranza del vaccino.

Ci sorridiamo trattenendo le lacrime, per non darci afflizione. Elisa soffre di depressione, Carlo è cardiopatico, i miei nipoti lontani…

Vivono tra divano e supermercato, anche il deodorante per il water è diventato indispensabile.

Meno male Renita.

Alla mia età provo solo gioia e dolore, dosi pediatriche.       Conosco le stimmate del male oscuro.

«Se non esci da questa stanza da letto, ti faccio internare!» aveva berciato l’eunuco.

Me ne stavo sul letto a contemplare il fogliame oltre la finestra. Giorni, mesi. Persa nello sfarfallio del verde colpito dal sole.

Lui non mi mancava, mi ero disconnessa dalla vita.

Mi sono alzata di scatto e sono andata a comprare dei colori e un pennello.

Dipingevo pianoforti, ossessivamente, in qualsiasi paesaggio e con ogni tipo di luce.

Pioveva fitto, le strada di campagna si somigliavano tutte attraverso il parabrezza appannato, mi ero persa. 

Hai aperto il cancello, abbiamo preso un tè come fossimo  vecchie amiche.

Quanto mi faceva ridere il tuo accento americano, Hope!

«Vieni a dipingere qui, ci facciamo compagnia!».

Mi leggevi le tue sceneggiature, quelle orribili traduzioni.

Imparai l’inglese.

L’eunuco mi studiava senza capacitarsi, avevo sabotato il suo progetto di sotterrarmi in manicomio.

«Voglio presentarti una persona.»

Avevi organizzato tutto, mi sono infuriata: «Non sono pronta per un gallerista che gestisca la mia carriera, quale carriera poi? Tu tornerai a New York, mi lascerai in balia di quello sconosciuto…».

Invece mi sei stata madre per molti anni; potevi essermi figlia.

Ricordo la furia dell’eunuco quando vide i miei quadri, e te che cercasti di fermarlo mentre accoltellava le tele.

Voleva vendicare l’onta delle corna, sfregiare l’amore, la bellezza, pover’uomo, non le ha mai capite.

Quanto ci siamo divertite alle sue spalle… pace all’anima sua.

Sento ancora strisciare le ciabatte nella casa vuota, lo vedo sfogliare il giornale in poltrona, non so mai se mi  rivolgerà un silenzio stizzito o inizierà una scenata. Da quando i ragazzi sono all’università, niente lo trattiene.

«Lascialo,mi dicevi, divorzia!» e io a spiegarti che in Italia solo la morte ci poteva separare, oppure, una sua convivenza con un’altra donna. Quanto ho sperato che accadesse! Avrei potuto chiedere la separazione, andarmene.

«Non ci resta che ucciderlo o trovargli una fidanzata!» facendomi ridere delle mie catene; non smettevi mai di sceneggiare le vite.

Ho comprato il tuo casale tra i boschi, l’ho regalato a mia nipote Laura, ti somiglia.

Sarebbe bello avere la mia famiglia riunita.

Non dovrei chiederlo, Signore, mi hai già concesso due vite, sono sazia.

«Vuoi davvero lasciare papà, dopo trent’anni?» Elisa mi fissa incredula.

Sorpresi l’eunuco allo specchio. Lo osservo, si liscia con cura la faccia dandosi il dopobarba; canticchia in una scia vanitosa di colonia mentre chiude la porta di casa. 

L’altra è la proprietaria del negozio di alimentari vicino casa. Lo ascolto sussurrarle al telefono goffe sconcezze.

L’eunuco e la pizzicagnola! Ero fuori di me dalla gioia.

Mi domandasti cosa significasse pizzicagnola, inciampando ripetutamente nelle sillabe, volesti cercarlo sul vocabolario.

«Ma non devi tornare da Alvaro?» chiede mia madre stupita.

Nessuno, ormai, reclama più la mia presenza.

Mi trasferii stabilmente da lei, a Roma, per assisterla; incrociavo l’eunuco nei miei sporadici ritorni, restava un’ombra di rancore.

Ci si separa anche per desuetudine.

Intanto dipingevo. Pianoforti, sempre. Le mie ninfee di Monet.

Un giorno mi ritrovo con la macchina davanti al conservatorio in cui lui insegnava, desidero rivederne l’andatura elegante, sbirciare nella sua vita. Parcheggio.

Sono tornata il giorno seguente e l’altro ancora.

Mi tremava la voce, mentre chiedevo al bidello pronunciando il suo nome.

Si era trasferito anni prima, non sapeva altro.

Ricordo la disperazione e poi il sollievo.

“Avrà una vita, un’altra per cui suonare il piano, povera vecchia illusa!”. Non ho mai voluto saperlo.

Ho continuato a dipingere pianoforti, ho aggiunto una sagoma di schiena sull’orizzonte.

«Allacciate le cinture, stiamo per decollare!» ti ho stretto forte la mano.

«Vieni con me a New York, festeggiamo il tuo divorzio!».

Non c’era ancora una sentenza, ma per te ero già libera.

«Sappi che da me non avrai una lira!» mi urla in faccia l’eunuco, quasi colpendomi con la mano.  

«Nemmeno tu avrai una lira!» gli mostro l’assegno d’anticipo per una collezione di gioielli che avrei disegnato.

Vedo il suo volto deformarsi di rabbia, mentre gira i tacchi con un grugnito di stizza.

Respiro a pieni polmoni e rido, rido della sua sagoma grottesca, della sua ira castrata, del suo nuovo taglio di capelli. Mi sento libera. Respiro.

L’eco di una sirena… Speravo di avere più tempo. 

Sento i singhiozzi di Renita da dietro la porta, mi annunciano l’arrivo dell’ambulanza.

Due tute rosse adagiano con cura le mie ossa di cristallo sulla barella, temono di rompermi; fanno del loro meglio per rassicurarmi. Tremo di freddo e paura.

Renita soffia un bacio sulla mano attraverso la mascherina: «Volverás, cariño!».

Guardo la foto sul comò, io Elisa e Carlo alle prese con un castello di sabbia, il mare calmo sullo sfondo.

Saluto le mie cose. Mi affido.

La camicia bianca, arrotolata fino ai gomiti, scopre le sue braccia toniche e abbronzate…

Osservo in disparte le dita accarezzare i tasti, arrivo piano alle sue spalle nel lieve fruscio della gonna, gli cingo il collo con le mani: Ed ora, che avrei mille cose da fare, io sento i miei sogni svanire, ma non so più pensare a nient’altro che a te, mi sono innamorata di te, e adesso, non so neppure io cosa fare, il giorno, mi pento di averti incontrato, la notte, ti vengo a cercare. 

 Cinzia Sposato


Avvocato con master in diritto di famiglia, vive a Perugia.

È autrice di alcuni racconti inseriti nelle antologie Tracce e Le vene vorticose, Bertoni editore.

Collabora da anni come redattore con la testata on line Mangialibri.

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