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A GABRIELE. PER L’ARIA CHE MI HAI DONATO – di Lucia Turco

Le prime, a fallire, furono le aziende produttrici di rossetti.

Nell’anno domini 2020 l’aria era iniziata a mancare. I governi delle nazioni obbligarono all’uso delle mascherine per dosarne il consumo. Nessuno più si dipingeva le labbra.

Poi, chiusero i teatri.

Non ci si poteva permettere più alcuno spreco. Basta risate a squarciagola o profondi singhiozzi. Si piangeva e rideva con moderazione. Basta corse nei prati. Era invece incoraggiato il nuoto in apnea. Non fu semplice spiegare ai bambini che non si poteva più giocare ad acchiapparella, a strega comanda colori. I primi mesi ancora se ne vedeva qualcuno sfuggire alla presa del genitore. Darsi a una libera fuga. Ma anch’essi si adeguarono, spinti da una profonda fede che ciò che mamma diceva, fosse a fin di bene.

Non erano più permessi lunghi spostamenti: gli aerei, i treni, avrebbero provocato troppi spostamenti d’aria e scombinato così le riserve di ogni città.

Accadde che chi non si era mai spostato e aveva messo radici, poteva leggermente incrementare la propria riserva personale poiché in grado di produrre piccole dosi di ossigeno nell’incontro con l’anidride carbonica. Chi invece aveva trascorso la propria vita in viaggio, si ritrovava ora svantaggiato.

Io avevo viaggiato per anni. Ero ricercatrice universitaria e avevo scelto di abitare in Marocco. In realtà anche gli anni precedenti ero sempre stata immersa in una costante esigenza di cambiamento. Cambiare aria era il mio motto. Quando le cose non andavano per il verso giusto, ma anche quando lo stare nei luoghi significava iniziare a metter radici. Cambiavo aria. Per non rinunciare alla sfida, al mettermi alla prova. Per non rinunciare allo stupore. Ma in quel tempo di carenza, non ci si poteva più permettere di stupirsi: avrebbe richiesto troppo consumo d’aria aprir la bocca ed esclamare Oooh!

Non potevo più viaggiare. Anche a voler raggiungere il Marocco a piedi e poi in apnea nel Mediterraneo, non m’avrebbe più accolta come un tempo: m’avrebbero vista come una ladra d’aria. Mi ritrovai, dunque, senza lavoro e senza radici, in una città grigia, del nord per giunta. Non m’era mai mancata così tanto. L’aria.

Al sud si stava senza dubbio meglio. C’erano più alberi e meno gente per cui le riserve di ognuno erano maggiori rispetto a quelle della gente del nord. La maggior parte di noi emigranti, allora, decidemmo di ritornare.

Senza radici, provammo a trovare un posto in quei luoghi che un tempo erano nostri ma che quel monito costante di cambiare aria ci aveva fatto abbandonare. Tornammo pensando che, poiché la gente respirava meglio, si sarebbe potuto parlare di come reagire a questa nuova dittatura del respiro, ci si sarebbe potuti rivoltare: un grido valeva una decina di parole ma al sud c’è più aria quindi al costo di un po’ di silenzio, si sarebbe potuto gridare.

Trovammo ciò che non ci aspettavamo. Chi aveva messo radici, stava producendo un’aria viziata dalla quale nascevano parole silenziose, a malapena si percepivano. Per contro, a noi erranti, restavano vecchie parole che non avevano alcun effetto sulla realtà.

Fu allora che capì a cosa serviva quell’invito a cambiare aria: serviva a renderci persone miti, prive dei legami comunitari; serviva a svuotare i territori e le relazioni che in esso si estendono in trame di narrazioni. Eravamo state ingenue a partire sognando l’America e lasciare che a chi rimase non restasse che la scelta di metter radici per la sola propria sopravvivenza. Avremmo dovuto piantar radici nuove su quelle terre, insieme. Unire la curiosità dell’andare con la coscienza del restare. E invece ci rubarono l’aria e non sapemmo far altro che centellinare le nostre parole, per non morire soffocati. Ci dissero che l’aria della notte era tossica e ubbidimmo: ci chiudemmo in casa ad ogni calar del sole, sperando in un sonno veloce che rallentasse il respiro.

Quando ci raccontarono che se avessimo avuto dei figli e delle figlie, avremmo dovuto dividere con loro la nostra personale riserva d’aria, smettemmo di farne. Spaventate di non aver aria a sufficienza, lasciammo ai padroni l’esclusiva sulla nuova generazione. Loro di aria ne avevano così tanta, che non rischiavano certo di restarne senza.

Ma quando il disciplinamento sembrava ormai completo, iniziai a percepire in me un bisogno di resistenza. Nasceva dal mio grembo. Lo sentivo crescere e riempirmi lo stomaco. Per mesi. Gabriele nacque senza neanche avere il tempo di chiedere alle amiche, o alla famiglia, di donarmi un po’ della loro aria per poter sopravvivere. Nacque di notte.

Fu così che mi resi così conto dell’inganno. Gabriele mi portò tanta di quella aria nuova… la respirai al chiaro di luna! Lui non rispettava i limiti imposti, s’impossessava di ciò di cui necessitava senza chiedere: strillava nel cuore della notte a pieni polmoni e si stupiva. Continuamente. Gabriele mi rivelò che l’aria bastava prendersela e mi mostrò, così, la nuova via per l’anarchia.

Lucia Tu


Lucia Turco è stata ricercatrice universitaria in Italia e in Francia. Dopo aver vissuto qualche anno in Marocco alla ricerca di traduzioni mediterranee, ha abbondonato università e Sud. Vive oggi a Torino, dove cresce assieme a suo figlio e raccoglie castagne in autunno. Come i suoi avi, comprerà un giorno un pezzo di terra, pianterà un albero di limoni e tornerà a vivere al Sud.

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