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L’aria binaria delle stazioni – di Piera Palermo

Giugno 2021. L’aria è cambiata. Me ne sono accorta durante un viaggio in un treno moderno, di quelli con le prese USB nei sedili.

Qualche settimana fa dovevo andare da Bologna a Roma e ho scelto di farlo in treno, quel viaggio. Doveva restituirmi il senso di normalità che ho perso a causa della pandemia, perciò ho preferito il treno: uno di quei regionali lenti che mi riportassero alla memoria gli anni delle trasferte universitarie, uno di quei regionali lenti perfetti per tornare a guardare fuori dal finestrino e vedere scorrere come un nastro, sui miei occhi curiosi, i castelli, i laghi, i vigneti, i borghi, le chiese, le colline e le montagne. L’ho scelto per stupirmi delle bellezze iconiche della mia amata Italia e assaporare il viaggio nella sua lentezza, nella sua bellezza, nella sua quiete.

Viaggiare, spostarmi, incontrare, visitare, sono verbi che ho dovuto smettere di usare per un po’ anch’io, nonostante il mio indispensabile e irrequieto nomadismo, perciò da questo viaggio mi aspettavo delle cose, ma come spesso mi accade, ne ho trovate altre.

Intanto le stazioni italiane delle grandi città, quelle che avevo smesso di frequentare, hanno cambiato aspetto e per me, che di mestiere progetto spazi, è stato importante scoprire questo cambiamento. Ho appreso da questo viaggio, per esempio, che le architetture visionarie sono approdate in Italia, anche nei luoghi più “sacri”, portando con sé quel processo di evoluzione a cui persino noi architetti potremmo non essere preparati. All’università ci sono sempre state le due correnti: quelli che ti insegnavano ad approcciarti al contesto storico-artistico con rispetto e discrezione e quelli che invece vedevano nel confronto con l’antico un’opportunità per la sperimentazione di nuove forme e nuovi materiali. E così alla stazione di Bologna si respira un’aria nuova, ma non per forza è una buona cosa, perché per me quella stazione, simbolo di una delle pagine più tristi della storia d’Italia, sembra aver perso la sua identità. Appena arrivata sono approdata in un posto a metà tra un romanzo distopico ed un film americano di fantascienza. Spazi asettici, senza aria, senza sole, senza carattere, senza punti di riferimento, molto più simili alle fermate della metro londinese, che pure ho frequentato per lungo tempo senza mai sentirmi smarrita. A Bologna ho vagato per un pezzo, disturbata e spaesata; cercavo i binari, il piazzale, l’orologio fermo alle 10:25, cercavo il mio paese Italia e quell’aria familiare che mi fa sentire a casa ovunque mi trovi. Poi all’improvviso è riapparsa in cima ad una scala, la stazione; liberandomi dal groviglio dei meccanismi mobili, ho ritrovato i pavimenti in marmo, le pensiline liberty, i binari in superficie, i display che funzionano una volta su dieci, l’aria intrisa dell’odore metallico di rotaie e carrozze. In fondo è questo che fa l’Architettura contemporanea: emozionare, impressionare e restituire. È nella sensibilità di chi la vive, la capacità di coglierne i messaggi. Quando visitai il Museo Ebraico di Berlino, sentii mancarmi l’aria. Quella foresta di travi scomposte, quei corridoi angusti e bui, quegli ambienti lugubri e risonanti come sordi pozzi, volevano, nella concezione del progettista Daniel Libeskind, riprodurre nei visitatori gli stessi sentimenti di angoscia e sofferenza a cui furono sottoposti gli Ebrei deportati nei campi di concentramento. Togliere l’aria per costringere ad un’esperienza sensoriale unica e dolorosa, ma necessaria. Non capisco però, perché una stazione dovrebbe generare disagio.

Il mio viaggio, però, si è presto trasformato in un esperimento di sociologia contemporanea, per me che cercavo solo tempi lenti e stimoli creativi per il mio lavoro.

Sui binari dei regionali gli “Italiani” non ci sono più. Scoperta che, non lo nego, nelle prime ore del viaggio ha generato stupore. Ero circondata da volti e persone nei cui caratteri somatici non riconoscevo i miei connazionali. È stato strano accorgermi che quella tipologia di treni oggi è frequentata quasi esclusivamente da una fetta di società che non è nata in Italia. E’ stato come scoprire che anche nell’occidente emancipato, votato ai principi di uguaglianza, c’è chi può acquistare una macchina e chi non se la potrà permettere mai, chi viaggia con le Frecce e chi è costretto a spostarsi su un regionale.

Una dopo l’altra snocciolavo, come un rosario, le stazioni dei piccoli borghi e i binari erano popolati solo da africani, ispanici, esteuropei, bengalesi, un nuovo popolo di utenti con accenti variopinti. Mentre osservavo quelle persone salire e scendere dal treno, sono tornati alla mia memoria i moltissimi viaggi in metro nella Greater London, quando in un solo vagone potevo distinguere dieci, quindici diverse nazionalità e, con un po’ di spirito di osservazione, cogliere sfumature e aspetti sorprendenti di culture talvolta remote e microcosmiche, con un fascino indescrivibile: i peruviani con le loro coperte tessute addosso, ad esempio.

Ho iniziato a chiedermi da dove spuntasse quella gente, quali economie locali, quali flussi migratori, quali dinamiche sociali abbiano portato così tanti stranieri a popolare le aree periferiche della Toscana, dell’Emilia Romagna, dell’Umbria, del Lazio.

Credo che illustri sociologi e politologici avrebbero risposte più solide e meglio argomentate delle mie, ma io ho comunque deciso di praticare il mio esercizio analitico. L’esame mi ha portato a ribaltare quello che i populisti, i razzisti e i campanilisti chiamerebbero invasione, ed ho iniziato a vederci il potenziale, l’opportunità, la ricchezza.

I paesaggi scorrevano rigati dalla pioggia sui vetri, guardavo quelle campagne, quei luoghi desolati e sconfinati e pensavo che se quella è la terra promessa di qualcuno, anche la Calabria può esserlo. Ho immaginato che se esiste un modo perché quei reduci treni calabro-lucani continuino a viaggiare, è popolarli di cittadini del mondo che, nella Calabria, trovino la loro terra promessa.

Ho pensato al suo svuotamento progressivo ed esponenziale, all’esodo di talenti, all’emorragia di energie, ai borghi deserti e improduttivi.

Ma nei tanti viaggi alla scoperta delle mie radici, ho avuto la fortuna di incontrare sacche di comunità giovani e resistenti. Parlo di chi ha preferito l’aria sana delle campagne, biologiche per vocazione, alle frenetiche grandi città. Parlo dei miei tanti coetanei che in Calabria promuovono il turismo lento, coltivano la terra, riprendono in mano antiche tradizioni familiari, recuperano il patrimonio edilizio, innovano sperimentando sui prodotti locali. Parlo delle tante realtà imprenditoriali calabresi che hanno investito sui nostri prodotti autoctoni: la cipolla, la seta, la liquirizia, il bergamotto, la ‘nduja, il grano. Potrei elencare decine di esperimenti riusciti, decine di storie di resistenza contemporanea, che mi fanno essere orgogliosa della mia terra. Se a loro chiedi perché sono rimasti, ti rispondono che l’aria è buona in Calabria, il cibo è buono, la terra è buona. Ho sognato ad occhi aperti di percorrere la mia terra e vederla arricchirsi di altri modi di pensare, altre culture, altri colori della pelle, altri profumi, altri sapori, ed ho realizzato che questa commistione esplosiva ed entusiasmante tra nuovi residenti multietnici e autoctoni coraggiosi esiste già. Esiste a Riace, ad Acquaformosa, a Reggio Calabria, esiste in tutte quelle comunità dove il processo di integrazione sta avvenendo, a volte suscitando scalpore mediatico, altre volte lentamente e progressivamente, senza fare rumore.

Voglio nutrire la sana illusione che l’immigrazione, l’integrazione, l’interazione, siano i fondamenti di una rinascita attuata da quel popolo di nuovi Italiani che si riappropriano dei borghi, dei campi incolti, delle montagne abbandonate, delle coste desolate. Immagino nuove generazioni di utenti ed è a loro che affido la speranza di popolare i binari delle stazioni con i colori del mondo. E alle stazioni megagalattiche e sperimentali, in cui i miei colleghi possano esprimere i loro virtuosismi compositivi, io preferisco le piccole stazioni, riconoscibili, funzionanti e possibilmente dotate dei servizi necessari per garantire i trasporti, per accogliere e ospitare.

Questo viaggio mi ha insegnato che l’aria in Italia sta cambiando, che una nuova evoluzione è in atto, ma sopratutto che la riconoscibilità di un luogo va preservata con azioni consapevoli, in cui noi professionisti, ciascuno per le sue competenze, abbandoniamo gli egocentrismi creativi e le utopie a vantaggio della collettività, protagonista, con i suoi bisogni e i sui ritmi, di una Italia che forse resterà sempre divisa, ma proprio per questo sarà unica, ancora e ancora.

L’aria sta cambiando grazie a quei flussi migratori tanto strumentalizzati da una politica cieca alle nuove dinamiche della società contemporanea. Una società che si muove, si sposta, si radicalizza e talvolta si ghettizza. Un processo irreversibile che non si può che accettare e assecondare, magari con la sapienza di fornire le strutture e le infrastrutture necessarie perchè questo cambiamento sia fluido, equilibrato e lungimirante.

Da quando ho lasciato la Calabria, per l’ennesima volta, sono finita in un’area a me prima ignota dello stivale. La Ciociaria, lontana dalle immagini aride della pellicola di De Sica, mi si è presentata immediatamente nelle sue contraddizioni. Dal balcone di casa mia la vista si stende sulla valle del Sacco. Intorno a me sembra tutto verde, eppure qui l’aria non è così buona. Sto parlando di una delle aree più inquinate del Lazio, tanto che tra i primi progetti che ho curato, arrivando qui, c’è stata proprio l’installazione di pannelli di monitoraggio della qualità dell’aria, per informare i cittadini sullo stato delle emissioni. Ogni mattina svegliandomi, alzo la persiana e osservo questo fiume di infrastrutture muoversi ed inquinare: l’alta velocità, la Caserta Roma, le industrie farmaceutiche, i centri di stoccaggio, i mezzi pesanti. E’ il prezzo da pagare per un’area industriale tra le più grandi e produttive del CentroSud.

Un paio d’anni fa ho letto di una ricerca, secondo cui la Sila ha l’aria più pulita d’Europa. L’ho sorvolata tante volte l’Europa, ed ammirata nella sua maestosità: le Alpi, le distese verdi, le coste. Eppure l’aria più pulita ce l’abbiamo noi, in Calabria. Là dove l’industria ha prodotto danni, per poi lasciare ecomostri e una scia di disoccupati e malati. Crotone, Saline Joniche, Vibo Marina.

Questa volta la Calabria l’ho lasciata con una nuova consapevolezza. Negli ultimi tempi troppo spesso mi sentivo risucchiata da un vortice di rassegnazione, nutrendo l’amara sensazione di essere circondata da un popolo che non sa quanto è bella la sua terra, quanto è buona l’aria che respira. Da lontano le cose si vedono meglio. Da qui, qualche centinaio di chilometri più a nord, guardo alla mia terra e so che le sarò più utile standole lontana: ne promuoverò la bellezza, ne difenderò l’identità.

Piera Palermo


Piera Palermo si è laureata in Architettura a Reggio Calabria, con una tesi sul ruolo della società nella trasformazione degli spazi collettivi. Interessata alle tematiche sociali, dopo diverse esperienze all’estero, dalla Germania all’India, passando per la Gran Bretagna, è tornata in Italia ed ha deciso di seguire la sua vocazione di Architetto per il sociale, lavorando per migliorare la qualità della vita delle persone, attraverso interventi sugli spazi pubblici. Vive in Ciociaria, ad Anagni, dove svolge il ruolo di Istruttore Tecnico per la pubblica amministrazione.

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